FABIO ROSI: ama la regia, ama la musica, ama la storia e…

Il regista stimola i suoi collaboratori per rendere al meglio in ogni settore
Sul set al Centro Sperimentale di Cinematografia

Sul set al Centro Sperimentale di Cinematografia

Fabio, perché scegli il “cinema” come regista e prendi il diploma in Film Making presso la Fordham University at Lincoln center di New York?

Mi trovavo a New York, con la possibilità di passare alcuni mesi nella Grande Mela per inseguire il sogno di imparare a fare il regista/attore teatrale. Numerose ma piccole esperienze da dilettante in Italia, con Broadway a portata di mano volevo vedere come si fa sul serio. Scopro così che nell’immensa struttura del celeberrimo Lincoln Center (in piena Manhattan e a due passi dai teatri di Times Square) c’è una sede della Fordham University specializzata nelle performing arts, che tiene, tra gli altri, corsi estivi di Teatro. Il massimo, mi dico. E invece io, che non avevo mai avuto una particolare propensione per il cinema (se non da assiduo, ma semplice, spettatore), che non avevo mai sentito la necessità di girare alcunchè di filmato, né avevo una particolare passione per la fotografia, mi presento presso la segreteria della Fordham e chiedo di iscrivermi ai corsi di Film-making!!! Ancora oggi non so perché, se non che in quel preciso momento ho avuto l’impulso irrefrenabile di fare la cosa più irrazionale. O forse no… Fatto sta che ho passato tre mesi con una piccola cinepresa Super 8, tra teoria del film la mattina sui banchi di scuola, e shooting al pomeriggio, con una curiosità e una passione totalizzante. La cosa che ho imparato di più in quel periodo? Il senso del ritmo, nella logica del racconto per immagini: paradossalmente, grazie a una paura/pigrizia, in quesi mesi non mi sono voluto cimentare con il montaggio (in pratica non ho mai scelto di usare la giuntatrice per la pellicola) e quindi ho dovuto girare il miei cortometraggi “già montati in macchina”, ovvero in sequenza, con l’esatta successione delle inquadrature e loro durata. Devo ancora avere da qualche parte almeno un cortometraggio a soggetto (con tanto di didascalie!!!) e addirittura uno in animazione (la storia di una scatola di biscotti che prende vita). Grazie a questa esperienza, ho poi vinto il concorso per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma.

La tua tesi di laurea è stata sul “Linguaggio del Cinema di Hollywood negli anni ´70”- Com’era il linguaggio di allora e com’è quello di oggi?

Adoro tutto ciò che riguarda gli anni ’70. Più o meno consapevolmente, la mia scelta della tesi è stato un particolare omaggio in tal senso. Sono convinto che, nonostante l’abisso di tempo intercorso e il fantascientifico progresso tecnologico in termini di paragone, i contenuti rivoluzionari dei due rispettivi linguaggi siano gli stessi, a dispetto di una forma che oggi sembra così diversa da ieri. Credo proprio che, così come Stanley Kubrick definiva il ‘700 secolo cardine nella storia dell’umanità, gli anni ’70 sono quelli che hanno raggiunto l’Everest cinematografico e ancora oggi dettano le regole.

Chi è  e cosa è un “regista”?

Il regista è colui che, avendo chiara la visione d’insieme della storia da raccontare, riesce a stimolare ognuno dei suoi collaboratori a rendere al meglio nel proprio reparto (fotografia, costumi, attori ecc.), per poi operare una sintesi nell’opera filmica che va in proiezione nelle sale. Grandi doti umane, per quanto mi riguarda.

Gli occhi del regista vedono la realtà anche in modo autobiografico?

Sarebbe impossibile il contrario. Ne “L’ultima lezione”, tanto per fare un esempio, ho volutamente caratterizzato un personaggio come perfetta riproduzione della mia nonna paterna. Di qualsiasi storia si tratti, anche un piccolo dettaglio fa sicuramente parte del vissuto del regista. Fino ad arrivare alle proverbiali apparizioni di Hitchcock nei suoi film, altro modo più narcisistico, ma efficace, di permeare di sé storie che raccontano di altri.

Hai lavorato con Lina Wertmuller  nel film “In una notte di chiaro di luna”, con Marco Modugno per i “Briganti” e  in Mario Monicelli in  “ Un amico magico: il Maestro Nino Rota”. Che differenza di regia fra di loro?

Posso essere caustico e sintetico? Si dice sempre che per conoscere pensiero e personalità dei registi basti guardare i loro film. Preferisco continuare a stimarli come spettatore e storico del Cinema, che come collaboratore. Nessuna delle tre esperienze è stata entusiasmante, probabilmente perché neanche tra i rispettivi loro migliori lavori. Mi sento di salvare in parte almeno il periodo con Lina Wertmuller, per il film “In una notte di chiaro di Luna”, dove facevo il suo assistente personale nonché interprete linguistico tra lei e attori del calibro di Rutger Hauer (cordiale e simpatico), Faye Dunaway (affascinante e algida), Peter O’ Toole (austero e paterno) e anche la bellissima Nastassja Kinski (che cotta…), tra New York, Parigi, Londra, Venezia e Roma: se non cinematograficamente, è stata comunque un’esperienza di vita fuori dal comune.

Produttore ed autore di cortometraggi, assieme ad altre esperienze come  docente di linguaggio cinematografico, membro permanente  della Giuria del Premio Donatello di Roma, arrangiatore di dischi di cantautori religiosi e tante altre—–ma quale ti ha coinvolto di più?

La musica sopra ogni cosa. Le esperienze come musicista in sala di incisione sono le più gratificanti. Suono un po’ di tutto, dalle chitarre alle tastiere, dalle percussioni di ogni tipo ad alcuni strumenti a fiato. E ho un assoluto senso del ritmo, lo stesso che poi mi guida anche nel montaggio delle immagini.

Il cinema oggi?

Il cinema di oggi mi fa rimpiangere il cinema di ieri. Non si osa più, non si pensa in grande. Specialmente in Italia, unico tra i grandi Paesi industrializzati che non ha mai saputo cogliere il lato “industriale” del Cinema. Tante idee “carine”, tanti film “carini”, che non varcano i confini italiani con l’autorevolezza che, ad esempio, hanno da noi i film inglesi o francesi. E lascio volutamente fuori gli americani. Il Cinema in genere è diventato un po’ più piccolo (citando una battuta di Norma Desmond/Gloria Swanson nel capolavoro di Billy Wilder “Sunset Boulevard”), ma quello italiano è scaduto nel microscopico.

Il cinema ed i giovani?

Qui sarò addirittura tranchant: i giovani che il Cinema lo fanno, seguono la tendenza, sfruttano quello che hanno. La pochezza, lungi dallo stimolare una ricerca del meglio, rende pigri. Una microtelecamerina, tecnologicamente è prodigiosa, ma dal punto di vista culturale, essendo accessibile a tutti, cancella la selezione naturale di idee e creatività. I pochi casi che si evidenziano, sono e rimangono, infatti, casi. Più fortuiti che voluti. I giovani che il Cinema lo vedono, oltre ad essere pochi, non sfuggono a questa regola e seguono il basso livello del mercato, ignorando purtroppo il grande potere culturale di tantissimi altri film che, a mio giudizio, andrebbero inseriti a pieno titolo nei programmi di studio scolastico di ogni ordine e livello. Un film non potrà mai sostituire un testo scolastico o una lezione orale, ma ne costituisce innegabilmente un fondamentale compendio.

Perché ci sono poche “ registe”. È forse un lavoro o una scelta …da uomini e di uomini?

Credo sia una questione mentale, come alcune attività che ancora oggi sono tradizionale appannaggio degli uomini. Per fortuna, in questo come in tanti altri campi, assistiamo ad un graduale affiancamento di donne e uomini. Soprattutto in una professione come quella del regista, dove una discriminante può magari essere la cultura, non certamente il sesso.

Fabio, nel tuo curriculum si legge “cinema, cinema, cinema” e poi……?

Lo studio e il continuo approfondimento della Storia, l’altra mia enorme, smisurata passione. Quasi una ragione di vita. A detta dei miei figli, avrei potuto essere un ottimo insegnante di Storia al Liceo. Di mio, partecipo ad incontri e seminari specifici, ho viaggiato e viaggio in lungo e in largo per visitare i luoghi di rilevante significato storico, da Stonehenge a Waterloo, a Little Big Horn, tanto per citarne alcuni. La stessa mia tesi di laurea sul Cinema degli anni ’70 ad Hollywood, è arrivata al termine di un corso di studi in Storia Moderna. Insomma, Cinema e Storia, oltre alla Musica già citata prima.

Qual è il film dei tuoi sogni e con che attori?

Risposta secca: “Il Barone Rampante”, da Italo Calvino. Cosimo Piovasco di Rondò credo sia uno dei più bei personaggi partoriti dall’umana fantasia. E, se mi è permesso sognare l’impossibile, tanto vale essere paradossale: Haley Joel Osment dodicenne (Cosimo bambino), Leonardo Di Caprio ventenne (Cosimo ragazzo), Ryan Gosling attuale (Cosimo adulto), Marlon Brando sessantacinquenne (Cosimo anziano). Nell’universo parallelo dove questo evento potrebbe realizzarsi, credo davvero avremmo contemporaneamente per lo stesso film quattro candidature all’Oscar come miglior attore protagonista.

Sul set con Paolo Sassanelli (di spalle)

Sul set con Paolo Sassanelli (di spalle)

Sul set con Roberto Herlitzka

Sul set con Roberto Herlitzka